Gerusalemme ospita una marcia interreligiosa per i diritti umani e la pace.




Gerusalemme - Leader religiosi, fedeli e attivisti di diverse tradizioni e nazionalità si sono riuniti a Gerusalemme (lunedì 18 maggio) per la Marcia Interreligiosa annuale per i Diritti Umani e la Pace, una testimonianza pubblica a sostegno della pace, dell'uguaglianza, della riconciliazione e del rispetto reciproco nella Città Santa.
Organizzato dal Forum Interreligioso per i Diritti Umani insieme a partner di diverse comunità, l'evento ha riunito i partecipanti per preghiere interreligiose, una marcia di solidarietà con le vittime della violenza e una cerimonia congiunta vicino alle mura della Città Vecchia.
Tra i gruppi cristiani partecipanti c'erano i membri del Vicariato di San Giacomo per i cattolici di lingua ebraica in Israele, accompagnati da Padre Piotr Zelazko, Vicario Patriarcale per i cattolici di lingua ebraica in Israele. La loro presenza rifletteva il pluriennale impegno del Vicariato per il dialogo, la convivenza e la costruzione di ponti all'interno della società israeliana e tra le diverse comunità della Terra Santa.
In un videomessaggio ai partecipanti, il Cardinale Pierbattista Pizzaballa ha affermato che, in un momento segnato da crescenti divisioni, è importante dimostrare che Gerusalemme non è solo un luogo di separazione, ma anche una città in cui le persone possono ancora agire insieme per la pace e la dignità umana.
Gli organizzatori hanno dichiarato che la marcia è diventata più di un evento annuale, fungendo da spazio permanente di incontro e iniziative comuni durante tutto l'anno. Queste includono azioni di solidarietà e incontri formativi volti a rafforzare la convivenza e il rispetto per la dignità di ogni persona umana. Hanno inoltre descritto l'appello alla pace come un profondo imperativo spirituale, sottolineando la speciale responsabilità dei leader religiosi di garantire che tale messaggio venga ascoltato.
Per il Vicariato di San Giacomo, le cui comunità sono profondamente radicate nella società israeliana di lingua ebraica, pur riunendo fedeli di diverse origini culturali e nazioni, la marcia ha offerto una testimonianza visibile del fatto che i credenti possono camminare insieme nonostante le differenze e le tensioni.
Padre Piotr Zelazko ha sottolineato il fondamento etico dell'iniziativa, affermando che i diritti umani non sono negoziabili, bensì il fondamento della pace, e che la convivenza non è un'ingenuità, ma una necessità.
L'iniziativa si propone di offrire quella che gli organizzatori hanno definito un'“alternativa spirituale e morale” a eventi spesso caratterizzati da divisione ed esclusione, alzando una voce da Gerusalemme che invoca la riconciliazione e la responsabilità condivisa.
Tra coloro che sono intervenuti all'incontro c'era il rabbino David Rosen, che ha sottolineato l'importanza di dare voce alla speranza e alla pace in un contesto di diffusa sofferenza e disperazione. Ha evidenziato la necessità che cristiani, musulmani e drusi presenti all'evento ascoltassero il sostegno di molti ebrei alla dignità di ogni essere umano, creato a immagine di Dio, e alla possibilità di vivere insieme in pace e dignità in questa terra.
I partecipanti hanno descritto l'incontro come un segno tangibile che la convivenza rimane possibile a Gerusalemme, nonostante le continue tensioni e il dolore. La signora Khawla Altouri, leader musulmana e assistente sociale, ha affermato di essere presente nella convinzione che gli esseri umani siano chiamati a essere fonte di misericordia e pace, e che la sacralità della vita inizi quando le persone si guardano l'un l'altro con cuori pieni di amore e umanità.
Da parte sua, P. Louis-Marie Coudray, priore dell'abbazia benedettina di Abu Gosh, ha riflettuto sulla vocazione unica di Gerusalemme e sulla responsabilità condivisa di tutti coloro che vivono in città. Ha affermato che nessuno può rivendicare il monopolio su Gerusalemme e che la pace inizia quando ognuno accetta e rispetta l'altro.
La marcia attraverso Gerusalemme è diventata così al contempo una preghiera e una testimonianza pubblica: un monito che, in mezzo al conflitto e alla polarizzazione, molte voci nella Città Santa continuano a invocare il dialogo anziché l'odio, l'incontro anziché la paura e la riconciliazione anziché l'esclusione.







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