Nella sua importante esortazione apostolica "Ecclesia in Medio Oriente", che ha consegnato il 14 settembre 2012 durante la sua visita in Libano, il Papa discute approfonditamente il tema della migrazione. Pubblichiamo qui il testo.

31. La realtà medio-orientale è ricca per le sue diversità, ma è troppo spesso costrittiva ed anche violenta. Riguarda l’insieme degli abitanti della regione e tutti gli aspetti della loro vita. Situati in una posizione spesso delicata, i cristiani risentono in maniera particolare, e talvolta con stanchezza e poca speranza, delle conseguenze negative di questi conflitti e di queste incertezze. Si sentono spesso umiliati. Per esperienza, sanno anche di essere vittime designate quando vi sono dei disordini. Dopo aver partecipato attivamente nel corso dei secoli alla costruzione delle rispettive nazioni e contribuito alla formazione della loro identità e alla loro prosperità, i cristiani sono numerosi a scegliere cieli più propizi, luoghi di pace in cui essi e le loro famiglie potranno vivere degnamente e in sicurezza, e spazi di libertà dove la loro fede potrà esprimersi senza che siano sottomessi a diverse costrizioni[1]. Questa scelta è lacerante. Segna gravemente gli individui, le famiglie e le Chiese. Amputa le nazioni e contribuisce all’impoverimento umano, culturale e religioso medio-orientale. Un Medio Oriente senza o con pochi cristiani non è più il Medio Oriente, giacché i cristiani partecipano con gli altri credenti all’identità così particolare della regione. Gli uni sono responsabili degli altri davanti a Dio. È importante dunque che i dirigenti politici e i responsabili religiosi comprendano questa realtà ed evitino una politica o una strategia che privilegi una sola comunità e che tenderebbe verso un Medio Oriente monocromo che non rifletterebbe per niente la sua ricca realtà umana e storica.

32. I Pastori delle Chiese orientali cattoliche sui iuris constatano, con preoccupazione e dolore, che il numero dei loro fedeli si riduce sui territori tradizionalmente patriarcali e, da qualche tempo, si vedono obbligati a sviluppare una pastorale dell’emigrazione[2]. Sono certo che essi fanno il possibile per esortare i propri fedeli alla speranza, a restare nel loro paese e a non vendere i loro beni[3]. Li incoraggio a continuare a circondare di affetto i loro sacerdoti e i loro fedeli della diaspora, invitandoli a restare in contatto stretto con le loro famiglie e le loro Chiese, e soprattutto a custodire con fedeltà la loro fede in Dio grazie alla loro identità religiosa, costruita su venerabili tradizioni spirituali[4]. È conservando questa appartenenza a Dio e alle loro rispettive Chiese, e coltivando un amore profondo per i loro fratelli e sorelle latini, che essi apporteranno all’insieme della Chiesa cattolica un grande beneficio. D’altra parte, esorto i Pastori delle circoscrizioni ecclesiastiche che accolgono i cattolici orientali a riceverli con carità e stima, come fratelli, a favorire i legami di comunione tra gli emigrati e le loro Chiese di provenienza, a dare la possibilità di celebrare secondo le proprie tradizioni ed a esercitare attività pastorali e parrocchiali, laddove è possibile[5]

33. La Chiesa latina presente nel Medio Oriente, pur soffrendo dell’emorragia di numerosi suoi fedeli, sperimenta un’altra situazione e si trova interpellata a rispondere a numerose e nuove sfide pastorali. I suoi Pastori devono gestire l’arrivo massiccio e la presenza nei paesi ad economia forte della regione di lavoratori di ogni sorta provenienti dall’Africa, dall’Estremo Oriente e dal sub-continente indiano. Queste popolazioni costituite da uomini e donne spesso soli o da intere famiglie, affrontano una doppia precarietà. Sono stranieri nel paese dove lavorano, e sperimentano troppo spesso delle situazioni di discriminazione e d’ingiustizia. Lo straniero è oggetto dell’attenzione di Dio e merita dunque rispetto. La sua accoglienza sarà messa in conto nel Giudizio finale (cfr Mt 25, 35 e 43)[6]

34. Sfruttati senza potersi difendere, con contratti di lavoro più o meno limitati o legali, queste persone sono talvolta vittime di infrazioni delle leggi locali e delle convenzioni internazionali. D’altra parte, subiscono forti pressioni e gravi limitazioni religiose. Il compito dei loro Pastori è necessario e delicato. Incoraggio tutti i fedeli cattolici e tutti i presbiteri, qualunque sia la loro Chiesa d’appartenenza, alla comunione sincera ed alla collaborazione pastorale col Vescovo del luogo, e quest’ultimo a una paterna comprensione verso i fedeli orientali. È collaborando insieme e soprattutto parlando con una sola voce, che, in questa particolare situazione, tutti potranno vivere e celebrare la loro fede arricchendosi con la diversità delle tradizioni spirituali, pur rimanendo in contatto con le comunità cristiane d’origine. Invito anche i governanti dei paesi che ricevono queste nuove popolazioni a rispettare e difendere i loro diritti, a permettere loro la libera espressione della fede, favorendo la libertà religiosa e l’edificazione di luoghi di culto. La libertà religiosa «potrebbe essere oggetto di dialogo tra i cristiani e i musulmani, un dialogo la cui urgenza ed utilità sono stati riaffermati dai Padri sinodali»[7]

35. Mentre per necessità, stanchezza o disperazione, dei cattolici nativi del Medio Oriente si decidono per la scelta drammatica di lasciare la terra dei loro antenati, la loro famiglia e la loro comunità di fede, altri, al contrario pieni di speranza, fanno la scelta di restare nel loro paese e nella loro comunità. Li incoraggio a consolidare questa bella fedeltà ed a rimanere saldi nella fede. Altri cattolici infine, facendo una scelta altrettanto lacerante di quella dei cristiani medio-orientali che emigrano, e fuggendo le precarietà nella speranza di costruire un avvenire migliore, scelgono i paesi della regione per lavorare e viverci.

36. In quanto Pastore della Chiesa universale, mi rivolgo qui all’insieme dei fedeli cattolici della regione, i nativi e i nuovi arrivati, la cui proporzione si è ravvicinata in questi ultimi anni, giacché per Dio non vi è che un solo popolo, e per i credenti, che una sola fede! Cercate di vivere rispettosamente uniti e in comunione fraterna gli uni con gli altri, nell’amore e nella stima reciproci, per testimoniare in maniera credibile la vostra fede nella morte e risurrezione di Cristo! Dio ascolterà la vostra preghiera, benedirà il vostro comportamento e vi donerà il suo Spirito per affrontare il peso del giorno. Infatti, «dove c’è lo Spirito del Signore, c’è libertà» (2 Cor 3, 17). San Pietro scriveva, a dei fedeli che sperimentavano situazioni simili, parole che riprendo volentieri per indirizzarvele come esortazione: «E chi potrà farvi del male, se sarete ferventi nel bene? […] Non sgomentatevi per paura di loro e non turbatevi, ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi» (1 Pt 3, 13-15).

(1) Cfr Id., Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2006 (18 ottobre 2005): AAS 97(2005), 981-983; Id., Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2008 (18 ottobre 2007): AAS 99 (2007), 1065-1068; Id., Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 2012 (21 settembre 2011): AAS 103 (2011), 763-766.

(2) Cfr. Propositio 11.

(3) Cfr. Propositiones 6 and 10.

(4) Cfr. Propositio 12.

(5) Cfr. Propositio 15.

(6) Cfr. Propositio 14.

(7) Benedetto XVI, Omelia della Messa di conclusione dell’Assemblea Speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi (24 ottobre 2010): AAS 102 (2010), 815.